Nella rubrica che mi è stata assegnata ho cercato di indicare il senso ed il valore delle vicende storiche sotto l’aspetto linguistico, paesaggistico, archeologico, umano. Rispetto alla “storia ufficiale” ho proposto, per così dire, “un’altra storia”, insomma una “controstoria”, fondata sull’oggettività dei documenti ed sul corretto metodo della ricerca. Alle volte avrò annoiato i benevoli lettori, rari, credo, ma preziosi; altre volte spero di aver introdotto elementi di riflessione.

Bene! Quest’estate, nel guardare i nipoti che giocavano, seriamente, “alla guerra”, dinanzi alla Casa comunale, con una “scuglietta” vociante di coetanei – idiomi che spaziavano su tutto l’arco della penisola con belle “intrusioni” in lingua tedesca-, ripensavo ai nostri analoghi giochi da ragazzi. Altre armi, nessuno spirito di violenza, poca concitazione, ma astuti agguati, frequenti consultazioni di strategia, tattiche sopraffine, tintinnio di voci in allegria. Altri tempi, non molto migliori degli attuali., suvvia!
Trascorsi i pochi giorni di frequentazione laurinese, dopo Santa Lena, sono scomparse le aggregazioni dei giovani, tutto è ritornato sonnolento e lento, scandito dall’assordante silenzio.
Ho ricordato una poesia di mio padre, che trascrivo:
Che curaggiu a tagliá lu ceuzone!
Quasi ‘nsultu a la “Porta re li Zippi”.
Mo’, ccà caiole cume re cartone,
ddá nu sepale ri ruvéte e lippi.
Peggiu pe’ bbui!…La huagliunama tannu,
ruppia li vitri; ma tinia ‘nfesta
tuttu lu vicinanzu…Mo’, a lu sbannu,
gira a llargu a la storia: a chéra e a chésta.
Poi il lavoro al Nord o all’estero, la denatalità etc. etc., i pochi ragazzi rimasti “ a lu sbannu”, ma anche il perduto senso della storia e, quindi, della fierezza d’appartenenza.
Giorni di ricorrenze care fra poco. Si riempirà, in certo qual modo, il paese intorno ai loro cari, laggiù, al Camposanto. Una festa anche questa. Nel lindore del luogo incontri, ricordi, spiriti sereni, almeno per un giorno. Non ha incusso mai paura il nostro Camposanto. La passeggiata più bella, sul far della sera. Noi, ragazzacci, organizzavamo anche degli scherzi, con zucche e candele.
Non vi era alcuno spirito dissacratorio. I nostri cari comprendevano. Oggi, Haloween…scherzetto…dolcetto: va bene così. Maschere, maschere, tante maschere, orribili, tetre e mostruose, per la verità, ma, paradossalmente, allegre nei buffi gesti degli innocenti giovani “terroristi” mascherati.

Maschere! Quante ve ne erano a Laurino. Innanzi tutto nei giorni di Carnaluvaru era tradizione, da secoli consolidata, travestirsi, giovani e adulti, più gli adulti che i giovani. Per fortuna ci restano belle testimonianze fotografiche. Maschere!
Quanti soprannomi: arau, arioppa, barabba, bumbardìa, cacatieddu, calaturu, carpatieddu, cionciulu, firrignieddu, ‘mpacchia, iomni-iomni, malivizzu, malivizzone, marfusu, panarca, sciambronia, sciaravettula, sciriffu, scorciaciucci, scorciasierpi, sfilenza, zeppulone, zombulavutti…per citarne alcuni. Maschere, niente altro che maschere, cioè personaggi per i quali l’arguzia popolare aveva coniato dei soprannomi. Anche questa una forma d’arte, che dà voce ad uno spirito poetico d’immaginazione.
Niente altro che la commedia dell’arte con i suoi Pantalone, Brighella, Arlecchino, Balanzone, Pulcinella, Corallina, Colombina Smeraldina, Ricciolina etc. Veri e propri attori, vivi, dai quali si era attratti, che assumevano le forme dell’intrigo, della comicità, della tragicità, del motto arguto, delle facezie etc, etc.
Niente più maschere, al giorno d’oggi, scemati anche i soprannomi. È rotto dal vento caro l’assordante silenzio.
Meno male che i giovani, nell’inconsapevole profondo sentire, ci ammoniscono. Ora ci penso , capisco e comprendo: Viva Halloween!
Parole chiave: maschere


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