Bruno Durante è una miniera di suggerimenti. La trama ideale degli affetti complessivi che ci lega vive in essi. Diviene sprone di memoria e di vita migliore.
il peggiore è meglio che niente,
il migliore non è sempre esatto.
( Samuel Johnson)
Mi disse: Mia madre chiamava sciòscia tua nonna, sorella maggiore. Hai mai sentito questo vocabolo? – No! Mai.
Te lo restituisco, con il cuore, ora, un po’ più grande e lo offro, baciando loro le mani, a Zia Celestina e a nonna Pasqualina. Grazie.
- Sciòscia: come cognome è presente soprattutto a Matera, Melfi, Pescopagano, Potenza. Deriva dal vocabolo dialettale calabrese sciòscia (vezzeggiativo) = sorella, o anche dal vocabolo calabro/campano sciòscia, “donna simpatica e amata (v. G. ROHLFS, Dizionario storico dei cognomi in Lucania, Longo, Ravenna, 1985, s.v.);
- Sciǫscia (albanese), f., sorella, vezzeggiativo, specialmente la sorella maggiore ( v. G. ROHLFS, Dizionario dialettale delle tre Calabrie, Hoepli, Milano, 1932, p.247);
- Sciòscia, titolo innanzi al nome di una donna d’età avanzata – per es. scioscia Maria – ( v. G. ROHLFS, Vocabolario supplementare dei dialetti delle tre Calabrie, vol.II, Munchen, 1967, p. 307. Alla stessa pagina è molto interessante il vocabolo sciò, m., pietra (peso) che tiene teso l’ordito del telaio;
- ṧổṧa, f.: così viene chiamata la sorella più vecchia dai fratelli più giovani, mentre essa chiama fratelli con il loro nome, dal molisano sciòscia, che è documentato solo per Montelungo secondo Breu, 2001, pp.267-268);
- nonna, anziana, antica, vegliarda, avola, con aferesi e ripetizione sillabica vezzeggiativa: lo-scha, sho scha (pronunzia “scioscia”), e, poi, con reiterata aferesi abbreviata (scià) – v. Dizionario Giordano, 2000, pagg.236,685 ne “il Forum dei Casalnuovesi” nel web;
- Attestato anche a Matrice (CB) – v. L. MARCHESANI, Storia di Vasto, città in Apruzzo Citeriore, Napoli, da’ Torchi dell’Osservatorio medico – Nel Chiostro di S.Pietro a Majella, 1838, p.18;
- In Calabria è attestato in molti paesi. Longobucco, Cetraro ( Carmela Portadibasso è soprannominata Scioscia Carmela – v. Mario Velati, poeta dialettale cetrarese), Spezzano (scioscia, suoru, sciosciarella, soricella), Trebisacce, etc.;
- È presente in Puglia, a Tursi, a Santagata di Esaro,………
- Si ritiene anche che il nome medievale scioscia sia italianizzazione del personale ebraico shosha, variante di Shoshana, da cui l’italiano “Susanna”, col significato di “rosa” o, secondo altri, di “giglio”, dal personaggio biblico di Susanna o Shoshana, che, nel libro di Daniele, è rappresentata come simbolo di castità;
- Si registrano Scià Mariett, Sci’Angiuline, dall’ Arberësht loshen (pronunzia “glioscia”);
- Ha anche valore di “zia”, da socia o da soror, sorella del padre o della madre, perciò zia. Queste “zie” venivano “associate alla cura dei nipoti. Spesso erano zitelle o senza figli (v. “Il folklore d’Italia”, anno 2006, n°1, p. 47 e nota 3, p.50);
- V. anche il nostro so sore ( quant’ si’ bell, ‘a sosòre);
- In definitiva sarebbe la sorella maggiore, associata ai genitori nella cura e nella tutela dei fratelli minori, bel titolo di preminenza e di continuità ideale, come “peso”, forse, che “tiene teso” l’ordito della famiglia;
- Il fatto che il vocabolo sia attestato solo nelle aree calabro/lucane e molisane, entrambe con forte presenza di albanesi “grecanici” a partire dal XV secolo, pone il problema della sua etimologia e della sua origine. L’etimologia, penso, vada ricercata in SOCIO/SOCCIO, lat.volg. * socjus, classico socius, con raddoppiamento della consonante nel gruppo palatale – cj (pronunzia “sc”) in posizione postonica. Socius rimanda alla radice sak (forse sanscrita), seguire, accompagnare, colui che segue, che accompagna, colui che si unisce ad un altro un un’impresa comune; è la stessa etimologia di “suora”, lat. “soror”, da un primitivo “suòsor”, con la conversione della s in r. In polacco è “siostra” (pronunzia “sciostra”, quella che più si avvicina nella prima sillaba, in antico slavo russo e boemo è “sestra”, in serbo “sostra”, con l’inserimento di una –t;
- Molto più difficile rispondere al secondo quesito (le origini). Si entra nei “misteri”, per la maggior parte non risolti, della lingua albanese. L’arbërischt (greco-albanese) è una variante dell’albanese meridionale e, in taluni centri, misto anche con il greco antico. E’ parlata dai discendenti della popolazione greco-albanese sparsa in tutti i Balcani sud-occidentali (Arvanitici). Fra l’XI e il XIV corposi nuclei sono presenti in Italia come mercenari, tra gli altri, dei Franchi e dei Bizantini. Dal 1461 si mettono al servizio di Ferdinando d’Aragona, che concede loro terre e villaggi, soprattutto in Calabria e in Molise, ma anche in provincia di Pescara, Avellino (Greci), Foggia, Taranto, Potenza, Palermo. In ogni caso è possibile un trasferimento di nuclei dall’alta Calabria al basso Cilento.
La lingua albanese, secondo gli studi più recenti, è una lingua preellenica, pelasgica, con marcati tratti in comune con quella etrusca e messapica, cioè sarebbe la lingua che precedette quella greca (antica). Fatto sta che in arbërischt sorella si dice ufficialmente “motër”.
Il nome di Demetra (“madre della terra”) deriverebbe non dal greco, ma dal pelasgico-albanese. Il significato che gli antichi pelasgi (anch’essi misteriosi) davano alla parola ”madre” non è quello di madre, ma di “sorella”, come in albanese/arbërischt. Si tratterebbe di un appellativo utilizzato per rivolgersi con grande rispetto ad una donna che non è necessariamente giovane, ma neanche particolarmente anziana. Questo stesso significato del termine è ancora in uso nel Sud dell’Albania, soprattutto nella zona di Përmet (v. l’enigma della lingua albanese Alcuni dei dell’Olimpo in pagina web).
CONCLUSIONI: il molto cauto orientamento è quello di pensare al vocabolo come doppio appellativo vezzeggiativo rafforzato (scio-scia), del tipo so-sore, legato, in ogni caso, a “socia” ed al suo antichissimo radicale semantico, come indicherebbero gli appellativi “Scià Mariett, Scià Angiulinë”.


da Ernesto De Maio - Foggia
Salve a tutti, se posso vorrei aggiungere qualche commento.
L'appellativo "scioscia" è molto presente anche in Puglia, è riduttivo affermare la sua presenza "solo" in alcune regioni. Anche come cognome, consultando paginebianche.it, risulta assente solo in provincia di Taranto.
Anche se termine desueto, io chiamo mia sorella maggiore Scioscia, seguendo una tradizione che mi deriva dal nonno materno, il quale chiamava così la maggiore delle sue sorelle. Nelle famiglie numerose di una volta, la scioscia aiutava la madre nei gravosi compiti domestici, in specie quelli dell'accudimento dei bambini, svolgendo quindi un ruolo di vice mamma.
Grazie per l'attenzione.
da Mino Schiavo
Grande Format, grazie!
da Format
Ciao Mino
A volte sono le cose semplici che ti introducono alle importanti riflessioni. Come è il caso di un semplice vocabolo. Prova, meglio se solo con te stesso, a pronunciare, a voce alta, il "nostro" vocabolo "scioscia". Con tono dolce e meditativo, ad occhi chiusi; la "o" aperta e, leggermente, "trascinata". Mi farai conoscere le sensazioni che ne ricavi.
Ti metto a parte delle mie, sensazioni.
Mi pervade una condizione di intima serenità ed appagamento intellettuale. Il "richiamo", rivolto naturalmente ad una persona cara, è il collante di un legame inscindibile e coinvolgente: ti sono vicino, con il cuore e con la mente.
L'esaltazione del rapporto interpersonale come fondamenta della vita sociale:
"Sioscia mia quanto si bella".
"Sioscia mia ch' bella jurnata".
"Scioscia mia cumm' sò cuntentu".
"Scioscia mia ch' tristezza".
"Scioscia mia nu'mme lassà".
"Scioscia mia quantu te vogliu bbene".
Da quando la nuova società ha imparato a "parlare solo l'italiano" la "mia Scioscia" si è trasformata in un semplice, meditativo …..sospiro.
da Mino Schiavo
Ciao Format, bentornato e buon anno.
Non conoscevo il vocabolo. Sono sincero. Il dialetto laurinese l'ho appreso, in parte, da mio padre, dallo studio e,soprattutto, dai miei amici laurinesi. Insomma sono uno "di seconda mano", un po' "bastardo" in tal senso.
In casa i nonni, quando ero con loro (spesso),con gli altri parlavano in dialetto laurinese, con me in un perfetto italiano, di cui mi meravigliavo io per primo. Mia nonna Pasqualina(ma Maria Grazia come nome di battesimo – non so ancora perchè la chiamassero Pasqualina)aveva voluto che la chiamassi Mamma. Aveva perso un figlio, giovanissimo,in Africa,nella seconda battaglia di Tobruk, di nome Cosmo, il nome che i miei genitori avevano scelto per me. Un giorno vidi una fotografia di mio padre in perfetta divisa fascista, elegantissimo. Gli dissi:"Come mai questa divisa?Mi hai sempre detto che sei un liberale mazziniano?" "Come sei fesso" – mi rispose – noi siamo nati con la camicia nera. Hai dimenticato che sono nato nel 1917?". Iniziammo, così,a discutere del fascismo. Si parlò anche del duce, impiccato a testa in giù a Piazzale Loreto con l'innocente Claretta. "Mamma-dissi a mia nonna-, ti sembra giusto?". Lo sguardo nel nulla, "Io l'avesse sceppatu lu core", mi rispose. Ecco, tutto qui, caro Format, tanto per essere chiari e perchè questi nostri giovani disorientati imparino che la storia è una cosa seria e non va mai contrabbandata. Questo il mio impegno: cercare sempre la "verità" o, meglio, secondo l'insegnamento dei miei Maestri storici, "ciò che più si avvicina alla verità". Con il cuore. Ti saluto. Grazie per il commento.
da Format
Chi ha da tempo superato i sessanta se ne dovrebbe ricordare bene di questo vocabolo, usato molto frequentemente.
Mi permetto, con tutta l'umiltà di cui dispongo, di suggerire la pronuncia con la "o" molto aperta.
Grande Mino, grazie.