Fu come un ciclone. In meno di una decina d’anni, fra il ’50 e il ’60, il vecchio mondo contadino, chiuso nella sua economia di autoconsumo e autosufficienza fu spazzato via lasciando macerie e desolazione. E fu il deserto per quelle abilità artigiane che avevano millenni di saggezza alle spalle e nelle mani. Fu la fine per sarti, falignami, scarpari, furgiari, barbieri, mulinari, conzapelli, arrotafuorbici, ‘conzambrelli, sanapurcedde, tagliavoschi, cravunari.
Come avrebbero potuto sopravvivere di fronte agli abiti belli e confezionati, ai pezzi di ferramenta fatti in serie, alle scarpe dei grandi calzaturifici del nord, ai salami tutti della stessa misura, al prosciutto di Parma, al formaggino mio, alle cucine a gas, ai recipienti di plastica che sostituivano i cuonzi di latta o di rame e i mestoli di legno? Tutto a portata di mano subito e all’occorrenza, tutto moderno. Per i paesi giravano camioncini scassati carichi di scope, scupizzi, spazzole, bacinelle, secchi multicolori, con i quali, se i soldi mancavano, si barattavano armadi, comò, specchiere, letti antichi di ottone, giare e tutto l’antico che sapeva di vecchio.
Gli ingenui paesani si fecero derubare pure l’anima, abbagliati dal moderno plastificato che arrivava sugli sgangherati trabiccoli degli ambulanti napoletani. Arrivarono anche i detersivi che eliminarono dall’oggi al domani la lissìa ri cinnirata, il bucato di cenere, dalla quale uscivano i candidi corredi delle zite.
I vecchi artigiani poco a poco mollarono. I loro ultimi apprendisti emigrarono al Norditalia o in Europa disperdendo un patrimonio di competenze ineguagliabile e non più recuperabile. Un esodo che interessò più di 1000 persone, riducendo il paese a meno di 2000 abitanti dagli oltre 3000 di prima. Una diaspora. Molti si riciclarono in portinai, bidelli di scuola, applicati di segreteria, impiegati comunali diventando clientes dei politicanti che scialacquavano i soldi della Cassa del Mezzogiorno per crearsi il loro fedele elettorato.
Tempi passati. O forse no. La politica meridionale perde il pelo ma non il vizio.
E comunque le vecchie botteghe scomparvero una alla volta, modificando anche la vita del paese, il suo aspetto povero ma dignitoso, il rumore e l’odore dei vicoli alacri di attività, la sua identità. La mazza di ferro sull’incudine, il martellare sulle suole, il va e vieni delle seghe o dei serracchi, il sibilo del chianuozzu sul legno, lo sfrigolio dei chiuovi roventi negli zoccoli degli asini. E il ragù di castrato non pippitìava cchiù sulle furnacelle.
Ricordo con affetto e nostalgia le forge a mantice di zi’ Lucido Schiavo, zi’ Nicola Schiavo, zi’ Ferdinando Schiavo, tre fratelli che continuavano la tradizione dei loro antenati provenienti da lontani paesi slavi.
Da zi’ Firdinandu ho ricevuto i migliori strommali della mia fanciullezza, belli e centrati. Non c’era scampo per i miei avversari di spaccastrommalu, quando sibilando nell’aria, il proiettile di zi’ Firdinandu colpiva e spaccava col suo perone affilato quello del mio avversario, continuando poi a girare. Un gioiello balistico! Si vinceva qualche bottone o qualche lira fuori corso.
E poi c’erano le forge di Cicciu Marotta, Peppu Stoppa, Arrigo Schiavo, il “capobanda” che si era specializzato a ferrare ciucci e muli. Scomparsi i ciucci non c’era più materia prima. Sulla breccia, ultimo artista del ferro, restò solo mastu Armando Ippoliti.
Senza parlare della botteghe dei masti scarpari: Pulitucciu, Pascale Mautone, Carmelu Gregorio in grado di fare a mano, ccù ssuglia e filu ‘mpiciatu, dagli scarponi ferrati con tacce e centrelle alle scarpe all’ultima moda. E delle “barbe e capelli” di Arioppa e Umberto Miele ritrovo abituale dei perditempo come noi. O della antica cunzarìa dei Mautone giù a S. Rocco dove si mischiava il fetore delle pelli fresche con l’aroma della mortella usata per la concia della ‘mpigna.
Ricordo l’odore pungente di appretto quando entravamo nella sartoria di Raimondo Fiasco o in quella dei tre fratelli Ippoliti o nello sgabuzzino di zi’ Peppo Schiavo o nel bugigattolo di Enrico Gigantiello e in quello di Peppucciu. Tutti maestri nello scolpirti addosso abiti di alta sartoria. Tutti chiusi.
E poi le essenze di legno nelle falegnamerie di Giovanni Ippoliti, Benito Nese, ‘Ngiulinu Gregorio, Alfredo di Motta. Anche se noi non eravamo “‘a mastu” da loro, potevi sempre usare gli attrezzi o raccattare qualche residuo di tavola per farti il monopattino o un carrozzino.
Ricordo che in un rigido inverno mi costruii addirittura un paio di sci alla sanfason. Potevo mai immaginare che sarei finito nel paese delle nevi? Neanche loro sapevano di essere gli ultimi eredi della grande tradizione di ebanisteria laurinese e di un mondo ormai in dissoluzione.
Mais où sont les temps d’antan? Avrebbe detto Villon.
Parole chiave: antichi mestieri, masti, racconti


da zi previte(Angelo Battistelli)
complimenti bruno a riportare e descivere i vecchi ricordi della nostra gioventu trascorsa a laurino un saluto